Safety First Racing: una storia di squadra e seconde opportunità

Safety First Racing: una historia de equipo y segundas oportunidades

La prima volta che Mike si è trovato ad affrontare le montagne del Seorak, in Corea del Sud, l’esperienza si è conclusa in un modo molto diverso da quello che aveva immaginato. Praticava ciclismo seriamente da pochi mesi ed era abituato a misurare i suoi progressi in tempi, sfide e chilometri. Ma, con gli anni, il suo modo di intendere questo sport è cambiato. Tre anni fa è diventato padre e ha iniziato a vedere il ciclismo da un’altra prospettiva: nessuna sfida personale era più importante del tornare a casa sano e salvo dalla sua famiglia. Da questa riflessione è nato il vero significato di Safety First Racing (SFR).

Oggi, 14 dei 17 membri del gruppo sono padri. Sebbene i loro obiettivi in bicicletta siano diversi, da chi si gode le granfondo a chi gareggia nella lega R della MCT, il circuito di gare della Corea del Sud, tutti condividono la stessa filosofia: vivere il ciclismo senza perdere di vista ciò che conta davvero una volta scesi di sella.

Una squadra in cui c’è posto per tutti

All’inizio, SFR era solo un gruppo di amici senza logo né un’identità definita, e con l’idea ancora lontana di competere nella MCT.

Mike ne ha promosso la crescita invitando ciclisti in linea con il progetto, nonostante le iniziali resistenze di alcuni membri che preferivano mantenere il gruppo chiuso. Per lui, crescere garantiva il futuro del team e apriva le porte a chi ancora non si sentiva pronto per competere, rispecchiando la sua visione del ciclismo come qualcosa che va oltre la semplice performance.

Oggi, SFR unisce un lato sociale incentrato sulle granfondo a uno competitivo nella lega R della MCT. Ogni ciclista ha il suo posto senza l’obbligo di gareggiare: far parte della squadra non significa solo essere il più veloce, ma condividere il percorso e migliorarsi con il sostegno reciproco.

Un custom che riflette la sua identità

Quando è arrivato il momento di sviluppare un nuovo kit, Mike e Deokja avevano ben chiare alcune delle idee che volevano trasmettere, anche se dovevano ancora trovare il modo di unirle visivamente.

Il primo punto di partenza è stato il colore. La proposta iniziale puntava sul verde, ma Heeyeon, l’unica donna del team, ha suggerito di utilizzare una tonalità teal. L’idea ha convinto il gruppo ed è diventata la base del design, abbinata al grigio carbone e al bianco.

Con la palette cromatica definita, la sfida successiva era dare coerenza all’insieme. I primi tentativi non funzionavano del tutto: i tre colori c’erano, ma mancava ancora un elemento capace di collegarli e dare movimento alla composizione.

È stato allora che il team di design di Gobik ha proposto di incorporare una grafica ispirata all’aria in movimento, un’onda che attraversa il tessuto e collega le diverse tonalità. Il risultato ha dato al custom la continuità visiva di cui aveva bisogno, trasformando i colori in un’identità comune.

«Sapevamo cosa volevamo trasmettere, ma l’onda non è stata un’idea nostra. Da soli non saremmo arrivati fin lì», spiega Deokja, che ha lavorato insieme a Mike allo sviluppo del kit.

Il design ha finito per trasformarsi in un modo di rappresentare ciò che accade all’interno del gruppo: personalità, obiettivi e modi diversi di vivere il ciclismo che trovano un punto in comune.

Oggi, quell’equipaggiamento è molto più di tessuto e colori ben abbinati: è il riflesso tangibile di un modo condiviso di intendere il ciclismo. Le sfide competitive sono ancora lì, ma ora convivono con ciò che è davvero essenziale: una squadra, una comunità e un progetto comune in cui ogni ciclista contribuisce. Perché indossare gli stessi colori non è mai stata solo una questione di estetica, ma di sapere con chi condividi la strada del ritorno. 

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